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Le malattie polmonari

Nelle persone anziane, anche il tessuto polmonare va incontro a progressivi fenomeni involutivi che rendono meno efficiente la respirazione e provocano una fastidiosa sensazione di fiato corto durante gli sforzi; questa situazione va però tenuta distinta dalle vere e proprie malattie broncopolmonari.

Anche il polmone invecchia

Tutti tessuti dell’apparato respiratorio sono coinvolti dai fenomeno dell’invecchiamento: la mucosa respiratoria si altera, i capillari polmonari, attraverso i quali avviene lo scambio dei gas respiratori si ispessiscono, il tessuto polmonare perde la sua elasticità, la gabbia toracica diventa rigida e non permette movimenti respiratori ampi.

Un’infiammazione persistente

Anche se i sintomi provocati da lieve bronchite cronica sono simili a quelli determinati dall’invecchiamento dei polmoni, bisogna tenere presente che la bronchite cronica è un evento patologico, e può provocàre complicazioni anche gravi.

Un cedimento del tessuto polmonare

Una delle complicazioni della bronchite cronica è l’enfisema polmonare: il tessuto elastico presente nelle ultime diramazioni dei bronchi viene distrutto dall’infiammzione, e i bronchioli si dilatano rendendo meno efficiente la respirazione, perché non tutta l’aria che entra nei bronchioli dilatati riesce a venire in contatto con le loro pareti.

Quando cedono bronchi

Ancora più preoccupanti sono le conseguenze del cedimento dei rami più grossi dei bronchi: in questo caso si verifica un ristagno di catarro nei bronchi dilatati; questo favorisce altri processi infettivi, che aggravano la dilatazione e debilitano l’ammalato.

L’Apparato bronco polmonare è interessato dall’invecchiamento?

Il progressivo deterioramento che colpisce tutti gli organi nell’anziano interessa anche l’apparato broncopolmonare, che subisce alcune modificazioni involutive. Il quadro di leggera insufficienza respiratoria che si manifesta nell’età avanzata va comunemente sotto il nome di polmone senile: questa alterazione non è una vera e propria malattia, ma un processo di involuzione perfettamente normale, e va distinto dalle malattie polmonari tipiche della terza età, come la bronchite cronica e l’enfisema polmonare. Nell’età avanzata i polmoni appaiono rimpiccioliti e flaccidi, e gli organi deputati agli scambi respiratori, gli alveoli, sono ridotti di volume; a queste alterazioni si aggiungono delle lesioni dei bronchi che appaiono lunghi e dilatati, con modificazioni della mucosa, l’ispessimento dei vasi polmonari, la diminuzione dei capillari e una certa rigidità della gabbia toracica. Tutte queste alterazioni contribuiscono a creare il quadro del polmone senile, che spiega la leggera insufficienza respiratoria e la minor resistenza allo sforzo fisico tipiche degli anziani.

Cosa è la bronchita cronica

Ben differente dal polmone senile è la bronchite cronica, cioè l’infiammazione cronica della mucosa bronchiale che si manifesta con squilibrio fra la produzione e la rimozione del muco bronchiale. Le cellule che tappezzano le pareti dei bronchi sono di due tipi: le cellule mucipare o caliciformi, che producono un velo di muco, e le cellule citiate, provviste di uno straterello di ciglia che si muovono continuamente, e sospingono verso l’alto il velo di muco prodotto dalle cellule mucipare. Questa organizzazione cellulare costituisce il principale meccanismo di difesa della mucosa bronchiale contro le sostanze nocive: infatti le polveri che penetrano nei bronchi con l’aria respirata restano invischiate nel velo di muco e vengono espulse grazie ai movimenti delle cellule mucipare.

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Questo meccanismo può essere però facilmente danneggiato da tutte le infiammazioni bronchiali di lunga durata: i processi infiammatori danneggiano infatti le cellule citiate, e provocano uno spostamento del rapporto tra i due tipi di cellule: le cellule mucipare proliferano, e producono grosse quantità di muco, che non può essere espulso dalle cellule ciliate. ll muco così prodotto ristagna nell’albero bronchiale, e favorisce lo sviluppo di microrganismi che perpetuano il processo infiammatorio: si crea così un circolo vizioso, che è alla base della bronchite cronica.

La bronchite cronica è una malattia estremamente diffusa: colpisce la maggior parte degli anziani, e anche numerose persone adulte, in rapporto con le abitudini di vita e l’ambiente di lavoro. Le sostanze in grado di ledere le cellule citiate sono infatti molto numerose, e sono presenti in forte concentrazione nell’aria inquinata delle grandi città. Molto importante è anche l’abitudine al fumo: il fumo di tabacco contiene una forte quantità di sostanze irritanti, e rappresenta una fra le cause più diffuse di bronchite cronica.

La sintomatologia della bronchite cronica è piuttosto aspecifica: in genere questa malattia può essere diagnosticata quando il paziente risulta affetto da tosse produttiva, con febbre non molto elevata, per diversi mesi in un anno e per tre anni consecutivi. Nelle forme più gravi il paziente è cianotico e lamenta insufficienza respiratoria, ma anche nei casi più lievi è evidente una minor resistenza agli sforzi, definita come «fiato corto». Queste alterazioni respiratorie sono legate allo stato di irritazione della mucosa bronchiale, e all’ipersecrezione di muco che tende ad occludere il lume deì piccoli bronchi. La bronchite cronica, in forma semplice, non è una malattia grave; può divenire grave quando si complica con due altre malattie polmonari, l’asma o l’enfisema cronico ostruttivo. L’asma bronchiale può insorgere come conseguenza dell’infiammazione cronica dei bronchi. Questo tipo di complicazione insorge solo in individui predisposti, ed è un’asma irritativi dovuta all’infiammazione continua dell’epitelio bronchiale: questa forma asmatica è particolarmente grave, perché non insorge solo in determinati periodi dell’anno come l’asma allergica, ma è sempre presente, perché è legata ad uno stato infiammatorio che non tende a guarire.

L’enfisema cronico ostruttivo è una grave alterazione del polmone dovuta alla distruzione delle strutture fibrose che mantengono aperte le cavità alveolari e i bronchioli. L’enfisema polmonare è una complicazione molto temibile, che limita decisamente la funzionalità respiratoria del paziente. La terapia della bronchite cronica non riesce, il più delle volte, ad essere del tutto efficace; infatti le sostanze veramente responsabili dell’infiammazione sono presenti nell’aria inspirata, e non possono per questo essere eliminate. La terapia più efficace consiste nello smettere di fumare, nel cambiare ambiente di lavoro e, se possibile, di vita; inoltre, possono essere somministrati, per un lungo periodo, degli antibiotici a largo spettro, che impediscono la colonizzazione da parte dei germi del muco che ristagna nei bronchi, e fanno regredire le infezioni già in atto a livello dei bronchi.


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Emangiomi Infantili: I centri italiani all’avanguardia

Che cosa sono gli emangiomi infantili?

Gli emangiomi infantili sono dei tumori vascolari benigni che esordiscono in età pediatrica, sia subito dopo la nascita sia dopo 6 o 7 mesi dalla stessa.

L’emangioma compare di solito in precise aree del corpo, in particolare: sulla testa, sul collo o sulle spalle.

Gli emangiomi possono essere facilmente riconosciuti poiché si presentano alla vista come una macchia dai contorni indefiniti, a volte più chiara della carnagione del bambino oppure assumono un caratteristico colore rosso acceso. Tuttavia, il colore tende a variare con il passare del tempo, divenendo spesso di un colore violaceo. Oltre al colore, a variare è anche la forma e la dimensione, che però si stabilizzeranno quando il bambino sarà nella fascia d’età compresa tra gli 1 e i 3 anni.

Intorno ai 5 anni, comincia al contrario una tendenza regressiva della macchia che può ridursi anche totalmente. Per questo motivo, non tutti gli emangiomi devono essere trattati medicalmente, ma qualora l’intervento fosse necessario bisogna affidarsi a un medico con esperienza nel trattamento degli emangiomi infantili e che operi in un centro specialistico all’avanguardia, in modo che possa tenere sotto controllo il paziente e prevenga eventuali effetti indesiderati.

Quali sono le cause e i fattori di rischio?

Non si conoscono con assoluta certezza le cause che provocano l’insorgere degli emangiomi infantili, tra le più probabili si annoverano, però, l’ipossia (carenza di ossigeno) durante la gestazione, l’incompleto sviluppo dei vasi sanguigni o la villocentesi. Gli emangiomi colpiscono dal 3 al 10 % della popolazione, con un rapporto femmine: maschi di 2,4:1.

Per quanto concerne i fattori di rischio, dunque, contribuiscono il sesso femminile (solitamente più soggetto rispetto a quello maschile), le gestazioni multiple, una pelle chiara o un eccessivo basso peso alla nascita.

A chi rivolgersi?

Qualora si dovesse notare la presenza di una macchia sul bambino, è bene rivolgersi innanzitutto al pediatra di base per una prima diagnosi e accertarsi che l’emangioma non sia solo un sospetto.

A questo punto, è bene consultare un medico specialista che possa fornire una diagnosi più concreta e che possa controllare l’emangioma e valutare se fosse o meno il caso di avviare un trattamento. La terapia deve essere somministrata e seguita in centri specialistici e all’avanguardia, questo perché solo in questi centri coesistono più ambulatori e più figure specializzate nel trattamento degli emangiomi infantili.

Quali sono i centri specialistici all’avanguardia in Italia?

Fortunatamente l’Italia vanta un’ampia disponibilità di centri all’avanguardia specializzati nel trattamento dell’emangioma infantile. In questi centri diversi professionisti (principalmente pediatra, dermatologo e chirurgo vascolare) lavorano congiuntamente nella stessa sede e riescono così a gestire al meglio tutte le problematiche del bambino, compresi gli eventuali effetti indesiderati.

Ogni Azienda Sanitaria presenta un proprio centro regionale, specializzato in questa patologia. Tra questi, si annoverano l’Ospedale Pediatrico Anna Meyer di Firenze, l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, la Fondazione Ca’Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, l’Istituto G. Gaslini di Genova, l’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano.

Per maggiori informazioni si può visitare il sito: http://emangioma.net/ .

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Diritti in salute

La Sanità privata avanza e sorride, ma anche quella privata costa cara altro che…

Sanità e liste di attesa?

L’intramoenia: è arrivato il momento di fare sul serio, l’istituto va disciplinato secondo i criteri del buon padre di famiglia. La sanità privata sorride. Il paradosso, in effetti, è che se le liste d’attesa sono infinite, c’è anche chi ci guadagna. Non solo lo stesso Ssn e i suoi medici quando lavorano in regime privato, ma anche la sanità privata a cui, alla fine, si ci si rivolge sempre di più pur di curarsi in tempi ragionevoli. Oltretutto, tra ticket e superticket, la spesa ha raggiunto cifre tali da rendere i privati sempre più competitivi. T.P., di Milano, doveva fare un’ecografia addome completo. Vicino casa, all’Istituto Clinico Sant’Ambrogio, le dicono che c’è da aspettare tre mesi pagando 55,50 euro tra ticket (36 euro) e superticket (19,50) e che, naturalmente, in regime privato, a 155 euro, avrebbe potuto farla molto prima: il solito, insomma. Ciò che stupisce, però, è vedere che presso un privato, il Centro Medico Sant’Agostino, potrebbe farla anche il giorno dopo a 60 euro: 5 euro in più del Ssn e senza attesa. In questo contesto, i pazienti non potranno che scegliere sempre più il privato, che da un lato è un sostegno utile, ma dall’altro erode sempre più risorse al servizio pubblico, condannandolo al declino. I numeri confermano: già nel 2015 sono stati pagati 26 milioni di ticket in meno rispetto al 2014 (Corre dei Conti, 2017), anche perché si è abbandonata la sanità pubblica per quella privata.

Eliminare ticket e superticket?

E’ stata anche l’introduzione dei superticket, una quota ulteriore da pagare rispetto al ticket, che ha reso la sanità sempre più cara e fonte di disuguaglianze, visto che ogni Regione lo applica, o meno, a modo suo. Già nel 2012 la sua introduzione aveva portato a un calo del 17,2% delle prestazioni erogate dal Ssn, in parte perché la gente a quel punto punto ha iniziato a scegliere il conveniente privato e in parte perché chi non i soldi ha rinunciato alle cure. Abolirlo, come si sta pensando di fare, sarebbe un buon inizio. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, aveva ventilato l’ipotesi di eliminare anche il ticket, ma i dubbi sulla sostenibilità del Ssn, che per il 23% della spesa si appoggia su questo contributo dei pazienti (oltre alle altre imposte e tasse), fanno pensare a pura propaganda. Quando nel 2011 il ministro Umberto Veronesi provò a eliminare i ticket per i farmaci, in pochi mesi ci fu un’impennata della spesa dello Stato del 30%, con consumi fuori controllo. Si dovette tornare indietro. Il dibattito, infine, è anche sulle esenzioni dal pagamento del ticket, che riguardano ben 1.170% delle prestazioni, che sia per reddito ma anche per malattia (tra cui quelle croniche, le più diffuse). Oggi ad esempio, anche un miliardario, per curarsi il diabete, non paga nulla per visite e farmaci. Da tempo gli esperti si chiedono quanto questo possa reggere, visto che il primo effetto è che chi invece deve pagare finisce per pagare troppo. E tra costi e attese, alla fine si va dal privato o, nella peggiore delle ipotesi, non ci si cura.

Macroangiopatia e placche adipose

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Il diabete favorisce lo sviluppo di placche adipose (aterosclerosi) al livello delle grandi arterie (macroangiopatia), che causa una mortalità prematura tra i diabetici, in particolare tra le donne.

Il rischio di morbilità e di mortalità cardiovascolare nei diabetici è pari a quello dei non diabetici che abbiano già subito un infarto miocardico e anche il rischio di ictus aumenta di 2-3 volte; inoltre i diabetici sono significativamente più predisposti a sviluppare occlusioni arteriose agli arti inferiori (fino a rendere necessarie le amputazioni).

Con l’aumentare dell’emoglobina glicata (espressione della glicemia media del diabetico) cresce anche il rischio di eventi cardiovascolari e tale rapporto è cosi stretto da far concludere che per ogni incremento dell’1% della emoglobina glicata il rischio cardiovascolare aumenta del 10%; tuttavia il trattamento intensivo del diabete, che pure riduce le complicanze microvascolari (retinopatia e nefropatia), non ha successo nel ridurre la mortalità da ictus o infarto.

Questo significa che la glicemia a digiuno e la stessa emoglobina gli-cata non descrivono completamente l’impatto del diabete sulla ma-lattia cardiovascolare e che possono esserci altri parametri glicemici che svolgono un ruolo importante, come ad esempio le escursioni glicemiche e, soprattutto, i picchi iperglicemici postprandiali.

Per limitare queste evenienze è fondamentale normalizzare il livello di glucosio nel sangue tramite il corretto stile di vita e l’assunzione di farmaci (orali o iniettivi) e allo stesso tempo eliminare i fattori di rischio supplementari (iperlipidemia, ipertensione, fumo, obesità).

Considerando, infatti, la molteplicità dei fattori di rischio cardiovascolare presenti nel diabete e le loro interazioni, se ne deduce che i risultati più importanti in termini di riduzione della mortalità totale, della mortalità cardiovascolare e degli eventi cardiovascolari si ottengono con un intervento intensivo rivolto a tutti i fattori di rischio presenti nella persona con diabete al fine di annullarne gli effetti negativi vascolari.

Pertanto oggi è chiaro che solo un approccio globale alla malattia, non limitato cioè al solo controllo glicemico, può consentire di ridurre in maniera clinicamente significativa le complicanze macroangiopatiche sulla mortalità e morbilità del diabete.

Prevenzione del diabete 1

Esiste un rimedio al diabete?

Allo stato attuale non ci sono metodi per prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 1, al contrario, è possibile prevenire il diabete di tipo 2.

Studi come il Dia-betes Prevention Program e il Finnish Diabetes Prevention Study hanno dimostrato che un’alimentazione sana e l’esercizio fisico permettono di ridurre del 58-60% il rischio di diabete per quelle persone che sono considerate predisposte allo sviluppo della malattia.

I fattori di rischio che individuano una persona come ad alto rischio di diventare diabetica sono:

età superiore a 45 anni

sovrappeso (specialmente se localizzato all’addome)

vita troppo sedentaria

parentela (a maggior ragione se di primo grado) con un diabetico

per le donne aver partorito un figlio di peso superiore a 4 Kg o aver sofferto

    di diabete gestazionale

glicemia a digiuno alterata (fra 110 a 125 mg/dl)

ipertensione arteriosa — intolleranza al glucosio

appartenenza a gruppi etnici ad alto rischio (ispanici, asiatici, africani)

Questi soggetti dovrebbero praticare attività fisica costante dal momento che molti studi hanno evidenziato come, praticando un’attività fisica, anche leggera (ma costante), diminuiscano significativamente le probabilità di ammalarsi di diabete.

Lo sport infatti fa abbassare notevolmente i livelli di glicemia, migliorando la sensibilità all’insulina dei tessuti bersaglio di questo ormone.

I soggetti ad alto rischio dovrebbero poi seguire un’alimentazione corretta, ossia una dieta bilanciata ed equilibrata, garantendo al corpo solo il fabbisogno calorico necessario, in modo da riuscire a mantenere il proprio peso forma e non ingrassare ed eventualmente perdere una percentuale di peso corporeo (5-7%) in caso di sovrappeso o obesità.

In linea di massima è buona norma introdurre in ogni pasto una dose di carboidrati (a scelta fra pane, pasta e riso) abbinata ad una di proteine.

Vanno privilegiati anche i cereali integrali, a scapito di quelli raffinati, per-ché forniscono molte fibre (così come i legumi, le verdure e la frutta, altri alimenti assolutamente indispensabili nella dieta di chi vuole prevenire il dia-bete) che fanno assimilare gli zuccheri più lentamente.

Per il resto, si può e si deve mangiare un po’ di tutto, senza esagerare con nessun alimento e privilegiando i cibi freschi e di stagione.

Nel contesto di una corretta alimentazione, ci si può sporadicamente concedere qualche peccato di gola (dolci) senza che venga compromesso il proprio programma di prevenzione del diabete.

Tempi biblici per una visita medica

Stai per prenotare una visita medica?

Per fare un esame medico devi aspettare mesi in lista d’attesa, ma se paghi puoi farlo anche domani.

È diventato quasi normale trovarsi in una situazione del genere prenotando visite ed esami con il Servizio sanitario nazionale.

Quello stesso Ssn che, nel mondo, è noto per le sue eccellenze, ma che rischia sempre più di perdere il suo valore fondante: la tutela della salute come diritto da garantire a tutti in modo equo e non come bene da acquistare, solo per alcuni.

Come è possibile aspettare cosi tanto, mentre la mia vista peggiora sempre più? È una situazione normale?

Chi non ha provato sulla sua pelle come, per chi ha i soldi, sia più facile curarsi:

Sei stato operato al ginocchio!

Dopo i primi due cicli di fisioterapia, il fisiatra Ti ha prescritto altre dieci sedute ma all’ufficio prenotazioni ti hanno detto che, tramite Ssn, pagando il ticket, c’è posto solo tra nove mesi, tuttavia e come per magia, se voglio, pagando 300 euro in regime privato, c’è posto la settimana prossima. Waooo

Non vi è dubbio che in questo caso la terapia ha senso se è continuativa e non se la faccio tra nove mesi. È lecito un simile comportamento?

Potrà anche essere lecito, nel senso di legale, ma non è certo “normale”.

Diamo uno sguardo ai tempi di attesa sui siti delle Asl, quando disponibili, per capire che c’è realmente qualcosa che non va. E’ un problema grosso che va avanti da tempo e nessun governo fin ora è stato in grado di migliorare, nonostante l’informatizzazione.

Eppure per le prime visite specialistiche ed esami diagnostici, esistono tempi massimi di attesi di 30 e 60 giorni.

Come vengono rispettati, i cittadini lo vedono ogni giorno agli sportelli, spesso senza essere informati dell’alternativa cui hanno diritto se non c’è posto: un appuntamento, nei tempi previsti, in intramoenia, cioè con il medico dipendente della struttura, ma in regime libero-professionale; pagherà l’azienda sanitaria e il paziente dovrà versare solo il ticket.

Lo prevede una legge dal 1998, ma raramente, allo sportello, se lo ricordano.

Perché è così lunga?

Le ragioni alla base delle infinite liste d’attesa, tra tagli e inefficienze, sono tante.

Ad esempio, non dappertutto c’è ancora un Centro Unico di prenotazione (Cup) a cui rivolgersi e che vede i primi posti liberi negli ospedali della zona, smistando così i pazienti tra i vari centri.

Alla mancanza di informatizzazione, si aggiunge il fenomeno della mobilità sanitaria che vede tanti cittadini spostarsi verso le regioni più efficienti: un fenomeno che riguarda soprattutto il Sud e che, se da un lato è causato anche dalle lunghe liste d’attesa da cui si tenta la fuga, dall’altro contribuisce a squilibrarle di più.

E con costi elevati che, di nuovo, pesano sulle liste d’attesa; 270 milioni di euro per la Campania, 250 per la Calabria, 200 per il Lazio: sono i rimborsi che queste Regioni devono soprattutto a Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, che hanno curato i loro residenti (Motore Sanità, 2016).

E così le liste d’attesa delle Regioni più attrattive si allungano, mentre le disuguaglianze si ampliano: sempre più soldi finiscono nelle casse delle aree più virtuose, sempre meno ne restano in quelle più povere, in cui c’è già meno prevenzione ed efficienza, in cui si muore prima, in cui le liste d’attesa non potranno che risentirne e dove, chi non si sposta per curarsi, alla fine si rivolge sempre di più al privato (Osserva Salute, 2016).

Un cane che si morde la coda.Image result for CANE SI MORDE LA CODA

L’ inappropriatezza di tante prescrizioni è un altro elemento: troppi esami inutili, prescritti per paura delle denunce dei pazienti o per abitudine, intasano i già affaticati centri di prenotazione, insieme ai tanti malati cronici, in forte aumento in un paese di anziani come l’Italia. Poi c’è il controllo, che manca: il Piano nazionale di governo delle liste di attesa, oltre a essere continuamente disatteso, è fermo al 2012.

I-PICCIONI-sono-portatori-di-malattia

I piccioni e le malattie che trasmettono

Perché i piccioni urbani sono tanto pericolosi per la salute dei nostri bambini?

La presenza di piccioni in città è una cosa alla quale siamo abituati, anzi sin da piccoli abbiamo imparato a voler bene a questi volatili urbani, sempre pronti ad affollarsi ai nostri piedi per una manciata di bricioli di pane davanti alle chiese o nelle piazze della nostra città. Ma avete mai considerato il fatto che quegli stessi piccioni e colombi che per tante generazioni sono state fonte di gioia potrebbero rappresentare un forte rischio igienico-sanitario e che in tanti vogliano tenerli lontani dalle proprie case?

La contaminazione delle nostre case da parte dei piccioni

Ebbene oggi che siamo cresciuti abbiamo il dovere di guardare oltre a questa consuetudine di convivenza, spesso forzata, con i piccioni nelle nostre città e di renderci conto di come in verità la presenza di questi uccelli urbani possa essere pericolosa per noi e soprattutto per i nostri bambini.
Il guano dei piccioni infatti rappresenta una fonte di contagio per tantissime patologie. L’accumulo di escrementi di piccioni non provoca solamente danni strutturali da corrosione agli edifici e forte degrado per monumenti, davanzali e cornicioni. Nelle superfici dove i volatili amano alloggiare all’esterno dei nostri abitati si accumulano agenti patogeni e parassiti, i quali possono facilmente disperdersi nell’aria e quindi contaminare oggetti di uso quotidiano e persino alimenti.

Piccioni e colombi: una minaccia insospettabile per i bambini

La presenza di nidi negli edifici o la vicinanza e il contatto con i piccioni può favorire la diffusione e il contagio di alcune malattie infettive pericolose per l’uomo, ma ancora di più per i bambini. Infatti sono proprio i più piccoli ad essere più facilmente soggetti alle infezioni e patologie delle quali i piccioni sono comuni vettori, un po’ perché il loro organismo ha difese immunitarie più deboli di un adulto e un po’ per la loro abitudine di portare le mani anche sporche alla bocca.

Quali sono le malattie veicolate dai piccioni?

Ecco qualche esempio delle terribili patologie e infezioni alle quali esponiamo i nostri figli lasciandoli giocare con i piccioni in piazza, oppure non allontanando dalle nostre case le colonie di uccelli quando decidono di colonizzare gli abitati:
Criptococcosi, questa infezione che nasce come affezione di tipo polmonare può, se non trattata, aggravarsi in breve tempo e diffondersi in tutto il corpo con gravissimi esiti che possono sfociare anche in encefalite o meningite.

Istoplasmosi, l’Histoplasma fa parte della famiglia dei miceti, è un fungo che si sviluppa ad alte concentrazioni nel guano degli uccelli. Una volta contratto dagli individui più delicati, può svilupparsi portando a un’infezione di tipo acuto che il sistema immunitario non riesce a contenere. Anche se curata con antibiotici e antimicotici specifici l’infezione può cronicizzare portando a problemi di salute molto seri e permanenti.

Salmonellosi, i piccioni possono essere vettori di un tipo particolare di salmonella. La Salmonella Typhi, una febbre tifoide gravissima, ma anche di altre forme di salmonellosi come quelle che portano a gastro-enteriti e setticemie.

Ornitosi, questa malattia può essere trasmessa per via aerea respirando particelle contaminate da guano, è una forma setticemia simile ad una polmonite che – in bambini, anziani e persone dalle limitate difese immunitarie – può risultare anche fatale.

Toxoplasmosi non solo topi e gatti sono vettori di questa malattia del sistema immunitario tanto pericolosa per le donne in gravidanza e i bambini molto piccoli. Se negli adulti in salute la patologia può limitarsi a causare spossatezza e un leggero stato febbrile per altri può portare a gravi infiammazioni a carico dell’apparato visivo ed encefaliti fatali.

Questi sono solamente alcuni dei pericoli alla quale sottoponiamo i nostri bambini e le nostre famiglie quando vengono in contatto con piccioni, colombi e altri volatili urbani. Ora che siete informati siamo certi che farete molta più attenzione a queste apparentemente innocenti creature alate e non permetterete più ai vostri bambini di giocare con loro.

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Cosa è l’anemia?

In genere si parla di anemia quando i livelli di emoglobina nel sangue sono inferiori a 13 g/dl nel caso dell’uomo o 12 g/dl nel caso della donna.

Esistono però anche altri modi per definire la malattia, fra cui valori di ematocrito inferiori al 40% nel caso degli uomini o al 37% nel caso delle donne. 

La riduzione dell’emoglobina può essere un problema temporaneo o cronico.

In generale è più esposto al rischio di anemia chi soffre di carenze vitaminiche (in particolare di vitamina B12, C o di acido folico) o di ferro, di disturbi intestinali (celiachia inclusa), di mestruazioni troppo abbondanti, di malattie croniche come l’insufficienza epatica o renale e chi ha familiari che soffrono dello stesso problema. Inoltre durante la gravidanza è più facile andare incontro a un’anemia da carenza di ferro.

Quali sono le cause dell’anemia?

Livelli ridotti di globuli rossi possono essere associati a problemi nella loro produzione (come nel caso dell’anemia aplastica) o nella loro degradazione (anemie emolitiche), a emorragie, a difetti genetici (come l’anemia falciforme e le talassemie) o ad altre malattie (dall’artrite reumatoide alla leucemia). Inoltre alcune forme di anemia sono associate a carenze di ferro o di vitamine.

Quali sono i sintomi dell’anemia?

L’anemia può essere inizialmente asintomatica, ma l’aggravarsi del problema porta alla comparsa di sintomi come stanchezza, pallore, battiti cardiaci irregolari o accelerati, affanno respiratorio, dolori al petto, vertigini, problemi cognitivi, mani e piedi freddi e mal di testa.

Come si previene l’anemia?

Molti tipi di anemia non sono prevenibili con lo stile di vita. In alcuni casi è invece possibile ridurre la probabilità di sviluppare la malattia seguendo un’alimentazione ricca di vitamine e di ferro.

  • Di acido folico sono ricchi gli agrumi, le banane, le verdure a foglia verde scuro, i legumi e i prodotti a base di cereali fortificati.
  • La vitamina B12 è presente nella carne e nei latticini e si trova in alcuni derivati dei cereali e della soia fortificati.
  • La vitamina C, utile perché aiuta ad assorbire il ferro, si trova negli agrumi, nel melone e nei frutti di bosco.
  • Il ferro può essere assunto con la carne, i legumi, i cereali fortificati, i vegetali a foglia verde scura e la frutta essiccata.
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Contraccettivi gratis in Emilia per i giovani

Ottima soluzione proposta dalla Regione Emilia Romagna.

Per combattere le malattie sessuali, epatite, aids etc, i giovani emiliani possono recarsi presso i Consultori Pubblici per ritirare contraccettivi gratuitamente.

Questo vale per i giovani sotto i 26 anni – naturalmente sia donne che uomini.

Come fare per poter usufruire dei profilattici gratis?

Bisogna soddisfare alcuni requisiti minimi come avere la residenza in un comune della Regione e occorre essere iscritti al Servizio Sanitario Nazionale.

Anche le donne sotto i 45 anni di età possono aderire al servizio, se disoccupate o con esenzione di lavoratrici colpite dalla crisi dopo un aborto o nel post partum.

Gli anticoncezionali erogati gratuitamente sono profilattici, la pillola del giorno dopo, anello, spirali e impianti sottocutanei e sono consegnati previa consulenza del medico o dell’ostetrica.

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Verso una pillola anticoncezionale maschile

Mentre per le donne esistono oggi svariate possibilità per la contraccezione (pillola anticoncezionale, cerotto, spirale, anello, metodi “naturali” come l’Ogino Knaus e via dicendo) negli ultimi decenni i passi in avanti sul fronte degli uomini rimangono scarsi. Il preservativo e la vasectomia, ovvero la chiusura dei dotti deferenti che trasportano gli spermatozoi dai testicoli fino all’uretra, rimangono le uniche opzioni.

In Italia il ricorso alla vasectomia è molto inferiore rispetto ad altri Paesi europei e non, dice l’Associazione Andrologo Italiani (ASS.A.I), che ha condotto uno studio in merito. Premettendo che si tratta di numeri incompleti (a fronte di vasectomie clandestine o “mascherate” da altri interventi), in Italia dal 1999 al 2005 sono stati eseguiti 653 ricoveri per sterilizzazione maschile, 1717 interventi di vasectomia e 397 procedure di sterilizzazione dell’uomo. In Nuova Zelanda è il 23% degli uomini ad averla scelta, il 10% in Australia, l’8% in Cina. Negli USA sono circa 500 000 uomini ogni anno a scegliere questa via per la contraccezione.

Portare sul mercato un contraccettivo maschile comporta superare vari ostacoli: deve essere un composto solubile, così da poterlo assumere per via orale.

Rapido ma dall’azione reversibile, senza effetti sulla fertilità dell’uomo né sulla libido, sicuro in modo da poter essere assunto anche per decenni senza gravi effetti collaterali. Insomma, tutte le sfide che anche i contraccettivi femminili hanno dovuto superare e sappiamo, ugualmente, che alcuni possono aumentare (anche se di poco) il rischio di trombosi venosa, nei possibili effetti collaterali permane l’aumento di peso e via dicendo. I dati più completi riguardano la pillola e oggi in Italia è solo il 16,2% delle donne a farne uso, contro una media europea del 21,4%.

La necessità di una contraccezione maschile

Grazie alle nuove formulazioni, molti timori (per esempio quelli legati alla pillola) sono ormai diventati falsi miti, ma ugualmente non tutte le donne possono assumere contraccettivi orali – per esempio quelle che hanno o hanno avuto un cancro oppure un attacco cardiaco. La necessità di una soluzione efficace anche per  gli uomini rimane e la ricerca è concentrata su due aree, contraccezione non ormonale e ormonale. La prima ruota intorno all’epididimo (senza grande successo, per ora) e sui dotti deferenti, i vasi muscolari che vengono chiusi con la vasectomia. Le tecniche sono in via di studio e non ancora approvate, e comprendono l’utilizzo di sostanze chimiche che bloccano i dotti e uccidono gli spermatozoi (la cosiddettareversible inhibition of sperm under guidance) oppure l’IVD, intra vas device, un analogo della spirale femminile destinato però ai dotti.

La seconda via di ricerca, quella ormonale, ruota intorno al testosterone, l’ormone steroideo prodotto proprio nei testicoli dove regola il processo di produzione degli spermatozoi. Ridurne o bloccarne l’attività è una possibile strategia contraccettiva in via di studio e l’idea è stata ampiamente esplorata dal gruppo di ricerca di Gunda I. Georg dell’Università del Minnesota. Per anni ha lavorato con il suo team su vari composti sperimentali e ha appena presentato i risultati al National Meeting & Exposition of the American Chemical Society (ACS). Siamo vicini a una pillola per uomini? No, ma i progressi sono notevoli.

“A determinate dosi il testosterone causa infertilità”, ha spiegato all’incontro Jillian Kyzer, studentessa di Georg al lavoro sull’ormone, “ma in quelle dosi non funziona sul 20% degli uomini e causa effetti collaterali, come l’aumento di peso e il calo di colesterolo ‘buono’”, ovvero l’HDL. Ostacoli che hanno fatto desistere molti dalla “caccia a una pillola maschile”, mentre Kyzer e i colleghi persistono. “Sarebbe straordinario dare alle coppie un’alternativa sicura, perché molte donne non possono prendere la pillola”, dice la scienziata.

Composti sperimentali

Varie aziende farmaceutiche hanno creato dei contraccettivi sperimentali ma i risultati non sono ancora soddisfacenti. Quello della Bristol-Myers Squibb (BMS), dice Kyzer, inibiva la fertilità ma non era abbastanza solubile da poter essere assunto per via orale, e “nessuno vuole farsi iniezioni ogni giorno o una volta a settimana per gran parte della vita”. Un altro composto ancora interagiva con il recettore alpha per l’acido retinoico, coinvolto nella fertilità maschile, ma aveva effetti anche su altri recettori legati ad altre funzioni. Dunque effetti collaterali.

Il gruppo di Kyzer, sotto la guida di Georg, sta lavorando a composti chimici simili a quelli della BMS. Sono riusciti a capire in che modo delle piccole modifiche alla struttura chimica agiscano poi sull’interazione della sostanza con le cellule del corpo umano.

Una di queste piccole modifiche consiste nell’aggiunta di un gruppo polare, che reagisce facilmente con l’acqua (e altri composti polari) rendendo l’ipotetica pillola più solubile. Un altro ha sostituito un legame ammidico con un altro simile, che aumenta la stabilità, e permette al composto di rimanere nel corpo più a lungo.

L’aspetto negativo, che richiederà ulteriori perfezionamenti, è che tutti questi cambiamenti hanno ridotto la specificità del composto per i recettori legati alla fertilità. 

Passi in avanti ma ancora troppo piccoli.

Ora il gruppo di ricerca continuerà a lavorare sulla rifinitura di queste strutture chimiche, per raggiungere un equilibrio soddisfacente tra solubilità, specificità e stabilità.

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L’osteopatia può essere una soluzione per le ernie?

L’osteopatia può sicuramente aiutare a gestire il dolore del mal di schiena soprattutto perché l’ernia molto spesso è un capro espiatorio: può essere una delle cause di mal di schiena ma non sempre è la causa.

Tecnicamente, “ernia” in medicina si riferisce a qualsiasi cosa che protrude oltre una zona di confinamento, ma quando si parla di ernia del disco si fa riferimento al parziale o totale cedimento dell’integrità strutturale del disco intervertebrale, che uscendo dai suoi confini anatomici induce la compressione di una struttura nervosa. Solo il 2% delle ernie sono sintomatiche: la maggior parte delle volte la compressione delle strutture nervose è dovuta all’edema (gonfiore locale causato da infiammazione) o dalla compressione cuniculare (restringimento del foro o passaggio del nervo es. foro di coniugazione).

Le condizioni del disco intervetebrale dipendono molto dallo stile di vita, ovvero dallo stress a cui lo si sottopone: assumere posizioni sbagliate al lavoro o anche a riposo, nel corso degli anni, può causarne una degenerazione.

La postura “scorretta” accelera i processi degenerativi naturali provocando una diminuzione dello spessore verticale, un aumento della fibrosità e il fallimento delle funzioni ammortizzanti del disco.

Lo stesso meccanismo di degenerazione può essere innescato da traumi, ma anche da un sistema muscolare debole o in disequilibrio.

Al di là dell’osteopatia, che è sicuramente importante per “sbloccare” la situazione, l’approccio conservativo più potente che io conosca è la prevenzione, ossia limitare il più possibile i fattori di rischio (vita sedentaria, carichi eccessivi, posture scorrette) e praticare una buona ginnastica posturale per compensare le “storture” che la vita quotidiana ci impone.