Dieta senza glutine: se mangio un alimento con il glutine cosa succede?

In caso di ingestione involontaria di glutine, come ad esempio nel caso di scambio di piatti, non bisogna farsi prendere dal panico: nella maggior parte dei casi non compaiono, infatti, sintomi immediati. Gli eventuali sintomi che dovessgro insorgere sono destinati a scomparire nel giro di qualche ora. Nei rari casi in cui i disturbi non si risolvessero spontaneamente, è consigliabile rivolgersi al proprio medico curante per le opportune terapie sintomatiche.

La celiachia, a differenza delle allergie alimentari, può non causare una sintomatologia immediata e grave all’assunzione di glutine, per questa ragione soggetti a dieta senza glutine, in particolar modo se giovani e asintomatici o paucisintomatici alla diagnosi, tendono ad assumere occasionalmente piccole quantità di glutine proprio perché apparentemente “non succede nulla” nell’immediato. In realtà, se pur la singola assunzione non scatena alcuna sintomatologia, la ripetizione nel tempo di “sgarri” porta a una ricomparsa del danno intestinale e alla positivizzazione anticorpale tale da rendere nulli tutti i sacrifici che il paziente ha condotto fino a quel momento, oltre ad aumentare il rischio di sviluppare complicanze.

Devo usare pentole, stoviglie e spugne dedicate?

Stoviglie, posate, pentole e utensili, di qualsiasi materiale siano costituiti (compreso il legno), se puliti (lavati a mano o in lavastoviglie), non contengono residui apprezzabili né di glutine né di altri alimenti cucinati in precedenza. in presenza di incrostazioni di residui alimentari, è ovviamente indicata una energica pulizia dell’utensile domestico (magari con lana d’acciaio), non solo per il rischio di contaminazione da glutine ma soprattutto per motivi igienici.

Anche per le spugne è sufficiente un accurato risciacquo in acqua corrente per allontanare gli eventuali residui alimentari. Per gli utensili forati la pulizia può risultare più difficoltosa, quindi è consigliabile una maggiore attenzione, ma anche in questo caso un accurato e attento lavaggio a mano o in lavastoviglie permette una buona pulizia. Evitiamo pertanto l’inutile (ed anche costosa!) precauzione di utilizzare pentole, utensili da cucina e spugne diversi per chi ha la celiachia.

Ho paura dl mangiare fuori perché il mio cibo potrebbe essere contaminato, è giusto che ne abbia?

Una sana ed equilibrata attenzione alle possibili fonti di glutine, anche nascoste, è necessaria per garantire una corretta adesione alla dieta senza glutine, che è l’unica terapia oggi conosciuta per la patologia. Questa attenzione non deve però trasformarsi in paura e limitare la nostra socialità.

Al di là dei locali aderenti al programma Alimentazione Fuori Casa dell’AIC, e di quelli formati e controllati dalla Sanità Pubblica regionale in alcune virtuose Regioni italiane (Basilicata, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria), è possibile accedere a quasi tutti i locali prestando le dovute attenzioni e ordinando i piatti “giusti”, ovvero quelli più semplici, dove la contaminazione è più difficile, dopo essersi accertati degli ingredienti utilizzati e delle procedure attuate. Sarebbe assolutamente sbagliato evitare le uscite e i rapporti sodali a causa della celiachia: un approccio consapevole alla dieta ci permette di vivere serenamente e proteggerci dalle contaminazioni nascoste.

Carboidrati, lipidi e proteine:il giusto fabbisogno calorico

Il Fabbisogno calorico e l’alimentazione

La quantità di energia trasformata dall’organismo in un determinato periodo di tempo è detta metabolismo (o ricambio) energetico e si misura in <<grandi calori>> (Cal).

In tal modo si è potuto determinare il fabbisogno energetico, ossia il numero di calorie necessarie all’ individuo secondo l’età, il sesso, il peso e l’occupazione; e quindi stabilire quante calorie egli deve trarre ogni giorno dagli alimenti per mantenersi in equilibrio energetico, ossia in modo che la quantità di energia da lui spesa non sia superiore a quella fornita dagli alimenti.

Conservare gli alimenti è un’arte difficile

Preparare  conserve e marmellate va benissimo è anche un diventato un passa tempo estivo alla moda: ma per ottenere risultati e soprattutto per non correre rischi per la salute, è necessario conoscere qualche piccolo trucco del mestiere, e seguire sempre con la massima precisione le indicazioni delle ricette.

Il calore per distruggere i microbi

Per quanta attenzione si metta nel pulire frutta e verdura e nel preparare le conserve, è molto probabile che nel vaso riempito resti qualche microbo: un ospite indesiderato che nella migliore delle ipotesi, e nella peggiore può provocare malattie anche gravi.

L’unico modo per impedire questi guai è far bollire a lungo, cioè sterilizzare i vasi già riempiti.

Semaforo Rosso per la conserva

Quando dopo qualche mese, si aprono i vasi delle conserve, bisogna sottoporre ad un piccolo, imparziale esame, il loro contenuto.

Se è coperta da un velo di muffa, se libera delle bolle di gas, bisogna gettarla via senza la minima esitazione e senza pensare troppo ai soldi sprecati.

Utilizzare a tutti i costi una conserva avariata vuol dire rischiare malattie anche mortali, come il botulismo.

A Scatola Chiusa

Le uova, alimento così prezioso, hanno un piccolo difetto: al momento dell’acquisto sembrano tutte uguali ed è ben difficile dire quali siano veramente fresche.

Per evitare sorprese è bene rivolgersi sempre ad un negoziante di fiducia e scartare comunque le uova con il guscio incrinato o molto sporco, che potrebbero essere contaminate da batteri.

Inoltre, è bene consumare crude solo le uova appena acquistate.

La sterilizzazione distrugge i germi capaci di alterare gli alimenti?

Per conservare i prodotti sterilizzati, sia quelli preparati in casa che quelli industriali, è necessario disporre di un luogo fresco e ben aerato.

Le temperature raggiunte dal prodotto durante il trattamento termico non sono superiori a 100°C; a prescindere dal tempo di mantenimento, possono essere distrutte solo le forme vegetative dei microrganismi e alcuni tipi di spore relativamente poco termoresistenti. Per distruggere le spore botuliniche e quelle di altri microrganismi che, pur non essendo patogeni, deteriorano gli alimenti, è necessario adottare temperature superiori a 115°C e generalmente intorno ai 120°C.
Non è necessario aggiungere alcun conservante perchè il trattamento di sterilizzazione termica garantisce la completa stbilità microbiologica del prodotto

RECIPIENTI, TEMPI E TEMPERATURE

I recipienti per la conservazione dei cibi devono essere perfettamente ermetici, non devono interagire chimicamente con il prodotto, la loro chiusura deve essere stagna, e devono permettere l’esame del contenuto. Indicati, quindi, i recipienti dí vetro con coperchi metallici.

Dato che per la sterilizzazione la temperatura prevista deve essere raggiunta in tutta la massa del prodotto, i recipienti più piccoli (fino a circa mezzo litro) sono quelli che presentano il miglior compromesso tra efficacia di sterilizzazione e minimo danno per surriscaldamento. Per un dato tipo di contenitore, la caratteristica fisica più importante dei prodotti da sterilizzare dal punto di vista della sterilizzazione termica è la loro fluidità.

Infatti, nei prodotti densi, che in un recipiente chiuso non possono essere agitati, il calore si propaga lentamente per conduzione. Invece in un mezzo più fluido il calore si diffonde più rapidamente per convezione.

Per esempio per riscaldare una salsa di carne molto densa occorre un tempo circa cinque volte maggiore di quello necessario per riscaldare dell’acqua. La possibilità di ottenere il vuoto all’interno dei recipienti nei quali si conservano i cibi è una caratteristica positiva di certi tpi di vasi.

Il vuoto infatti, pur non potendo garantire di per se ia conservazione dei prodotti alimentari (perché inibisce soltanto i microrganismi aerobi obbligati), evita le degradazioni delle caratteristiche organolettiche (colore, odore, sapore) e nutrizionali (vitamine) causate dalla presenza di vuoto verificabile dall’esterno (avvallamento della chiusura metallica).

La perdita del vuoto può segnalare un processo di alterazione in atto o la mancata ermeticità del contenitore per suo difetto o per manomissione.

Il tempo di trattamento diminuisce all’aumentare della temperatura adottata, a parità di effetto sterilizzante. L’impiego di temperature alte con tempi brevi è conveniente sia per motivi dì rapidità, che per il miglior risultato qualitativo. Infatti, mentre la velocità di distruzione dei microrganismi aumenta di circa 10 volte all’aumentare di 10°C della temperatura di mantenimento, la velocità delle reazioni di degradazione qualitativa raddoppia.

Olio fritto, pasta la dente e pane ben cotto.

Qual è la quantità di olio necessaria per una frittura?

Per ottenere una buona frittura si dovrebbe usare una quantità d’olio, possibilmente di semi, superiore di circa tre volte al peso dell’alimento che deve essere fritto.

UNA RICETTA SOLO PER ESPERTI

Da qualche anno ha preso piede anche in cucina la moda del “fai da te“: l’esigenza di consumare cibi genuini e di risparmiare ha convinto molte donne a preparare in casa conserve e marmellate. Questa nuova abitudine offre certamente molti vantaggi: ma non bisognerebbe dimenticare che non tutte le ricette sono egualmente facili, e che anche le principianti possono preparare con la massima tranquillità le marmellate, mentre altre conserve richiedono un po’ più di esperienza.

In particolare, sono generalmente più difficili da preparare le conserve di verdura: per esempio, occorre fare molta attenzione al giusto punto di cottura degli ortaggi, perché
basta superare di poco il tempo necessario per la cottura al dente per far spappolare le verdure.

In molti casi, ad esempio per preparare la giardiniera di verdure, bisogna far cuocere ogni qualità di ortaggio separatamente, per poter rispettare i diversi tempi di cottura.

Per mantenere il colore naturale alle verdure, occorre immergerle nell’acqua bollente, mescolarle solo con utensili di legno e cuocerle il più rapidamente possibile a pentola scoperta. Infine, bisogna tare attenzione a non salare troppo l’acqua di cottura, perché il sale fa indurire le verdure.

Il sale dovrebbe essere di tipo comune, e preferibilmente marino, mentre va evitato quello non igroscopico.

Riso dalla Cambogia e dal Myanmar

Cosa ci vogliono far mangiare?

Dal sito sviluppoeconomico.gov.it purtroppo si prende atto che la Commissione europea ha reso note le conclusioni dell’inchiesta sulle importazioni di riso “indica” da Cambogia e Myanmar, avviata lo scorso 16 febbraio a seguito di una istanza presentata dal Ministero dello Sviluppo Economico e sostenuta anche dal Ministero delle Politiche Agricole.

Le conclusioni propongono l’applicazione di una clausola di salvaguardia a tutela dei risicoltori e delle industrie italiane ed europee, che prevede la reintroduzione di dazi sulle importazioni dalla Cambogia e Myanmar per un periodo di tre anni.

Attualmente le importazioni sono a dazio zero trattandosi di due Paesi meno avanzati. La Commissione propone di applicare sulle importazioni di riso “indica” il dazio della normale tariffa doganale, pari a 175 €/ton, per il primo anno e in misura ridotta per il secondo (150 €/ton) e terzo anno (125 €/ton).

La Commissione europea porterà la sua proposta al parere degli Stati membri nell’ambito del Comitato del Sistema delle Preferenze Generalizzate, che è stato convocato a Bruxelles il prossimo dicembre. Se la proposta otterrà una maggioranza favorevole, la clausola di salvaguardia potrebbe diventare operativa già nei primi mesi del 2019.

Meglio il cibo a KM ZERO.

Il riso è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Graminacee, di origine asiatica. Insieme alla Oryza glaberrima, dal pericarpo pigmentato rosso coltivata in Africa, è una delle due specie di piante da cui si produce il riso.

L’Oryza sativa costituisce la stragrande maggioranza in quanto coltivata su circa il 95% della superficie mondiale di riso. Le origini del riso non sono certe, si ritiene che le varietà più antiche siano comparse oltre quindicimila anni fa lungo le pendici dell’Himalaya.

L’unica cosa che sappiamo per certo sulle origini di questo alimento è che è nato in Asia, precisamente in Cina verso il VI millennio a.C. Costituisce il cibo principale per circa la metà della popolazione mondiale e viene coltivato in quasi tutti i paesi del mondo.

Essendo nato in Asia questo alimento, il continente asiatico ha il numero bassi di celiaci.

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Acqua di cocco: benefici

Acqua di cocco

Si trova al supermercato e nei negozi di alimentazione biologica ed è la bevanda “in” dell’estate. Attenzione a come la scegliete, perché alcune marche contengono zuccheri aggiunti.

Negli Stati Uniti è diffusissima. Non c’è celebrità o star del cinema a cui non sia stato rubato uno scatto con una di queste bevande in mano, magari in un’assolata giornata losangelina o dopo l’allenamento in palestra.

Ovviamente “l’acqua di cocco mania” ha attraversato l’Oceano prendendo piede anche da noi.

Di cosa si tratta esattamente?

Molto semplice: è il liquido limpido all’interno della noce di cocco non matura.
Da non confondere, quindi, con il latte di cocco, che è invece un’emulsione della polpa grattugiata del cocco maturo.
La sua composizione è questa: acqua (per il 95%), un po’ di zucchero (quello contenuto naturalmente nella frutta) e qualche sale minerale, soprattutto potassio (circa 200 mg per 100 ml).

In pratica una bevanda naturale dissetante e rinfrescante, che spesso viene utilizzata dagli sportivi per reidratarsi, magari al posto delle altre bibite con sali più conosciute sul mercato.

Sebbene non abbia nulla di miracoloso, può essere un modo relativamente ipocalorico (100 ml di questa bevanda apportano dalle 15 alle 20 kcal) per aggiungere potassio alla dieta e mantenersi idratati.

E può essere una soluzione più salutare per chi, in particolare d’estate, non sa rinunciare alle bevande zuccherate.

Ma attenzione a come la si sceglie: in alcuni prodotti vengono aggiunti zuccheri, in alcuni casi anche molti, per renderli più appetibili.

Per gli amanti del frutto un’ultima avvertenza: sappiate che ha un gusto un po’ salato che ricorda vagamente la noce, ma che certo non sa di cocco come siamo abituati a gustarlo.

Tisane al tè verde

ATTENZIONE AL TE’ VERDE

Tè verde: a rischio se negli integratori

L’autorità europea per la sicurezza alimentare ha valutato la sicurezza delle catechine presenti nel tè verde, gli antiossidanti tipici di questa bevanda. Contrariamente alla loro fama benefica, infatti, ci sono state alcune segnalazioni che fanno sospettare possibili effetti nocivi sul fegato.

Le conclusioni della valutazione non sono del tutto rassicuranti: se non sono emersi pericoli per chi consuma abitualmente bevande istantanee pronte e infusi di tè verde preparati con acqua calda, non si può dire lo stesso per chi utilizza integratori alimentari che contengono questo alimento, di solito presentato come acceleratore del metabolismo con effetto dimagrante.

Gli integratori, spiegano gli esperti, contengono generalmente un quantitativo di catechine che può facilmente superare la soglia di rischio di 800 mg/giorno

Dubbi sull’additivo E171

Con questa sigla si fa riferimento al biossido di titanio, un additivo usato nell’industria alimentare al solo scopo di rendere più bianche preparazioni come confetti, gomme da masticare, yogurt e gelati.

Alcuni studi preliminari ne hanno messo in evidenza un possibile effetto cancerogeno. Per precauzione, dunque, fino a nuove notizie è meglio evitare di consumarlo.

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I danni dello zucchero sulla salute

 ATTENZIONE ALL’ABUSO DI ZUCCHERO

Nell’alimentazione dell’italiano medio vi è una notevole eccedenza di calorie provenienti soprattutto dai carboidrati, cioè dagli zuccheri semplici (monosaccaridi) o composti (disaccaridi, formati da due zuccheri semplici, e polisaccaridi, formati da più di due zuccheri semplici).
Monosaccaridi sono, ad esempio, il glucosio e il fruttosio presenti principalmente nella frutta; disaccaridi il saccarosio (lo zucchero comune, estratto dalla barbabietola o dalla canna) e il lattosio (zucchero del latte); polisaccaridi sono sia i farinacei, amidi o destrine (di cui sono ricchi riso, pasta, pane, patate, legumi) tutti digeribili, sia la cellulosa (contenuta nei vegetali) indigeribile ma utile per stimolare meccanicamente la digestione e la peristalsi.

Introdotti nell’organismo, disaccaridi e polisaccaridi vengono demoliti (a eccezione della cellulosa) in monosaccaridi, cioè in zuccheri semplici; di questi, il più importante è il glucosio che in parte il sangue porta alle cellule dove viene «bruciato» per ricavarne energia, e in parte si accumula nel fegato e nei muscoli come glucogeno, zucchero di riserva.

Lo zucchero che contribuisce maggiormente al dannoso eccesso di calorie è il saccarosio, tenendo conto anche di quello invisibile, cioè acquistato dalle industrie per fabbricare dolci, pasticcini, biscotti, caramelle, marmellate, gelati, bibite e molti altri prodotti alimentari.
Anzi, negli ultimi decenni la percentuale di zucchero casalingo va diminuendo sempre più, mentre cresce molto sensibilmente la percentuale dello zucchero contenuto negli alimenti preparati industrialmente.

In questo modo, elevate quantità di zucchero sono ingerite inavvertitamente e il suo consumo totale viene sottovalutato.
Occorre anche tenere presente che non vi è alcuna necessità fisiologica di zucchero (così come non se ne ha di sale) da aggiungere ai cibi e alle bevande, perché il nostro organismo è perfettamente in grado di ricavare gran parte del suo fabbisogno di glucosio (lo zucchero del sangue) dai carboidrati semplici o composti , contenuti negli alimenti naturali.

E’ vero che lo zucchero viene assorbito più presto di altri carboidrati e di altre sostanze nutritive (grassi, proteine), per cui libera più rapidamente energia necessaria ai nostri processi vitali: ma di norma il nostro organismo dispone già di una consistente riserva di zucchero (sotto forma di glicogeno, nel fegato e nei muscoli) proveniente dal cibo.

Quindi non è corretto affermare che ingerire zucchero puro, oppure certi alimenti o bevande zuccherati (e molto pubblicizzati) dà una «sferzata di energia»: è come se, aggiungendo 10 litri nel serbatoio dell’automobile, si pensasse di poterne aumentare la potenza e la velocità. In pratica, la più rapida disponibilità di «energia» ottenibile con una dose di zucchero può diventare effettiva e utile occasionalmente, in casi particolari di ipoglicemia (temporanea diminuzione del normale tasso di glucosio nel sangue) provocata dal digiuno o da altre cause, oppure nel corso di prestazioni sportive intense.

consumo-di-zuccheri-fa-male Esistono motivi ampiamente giustificati per ritenere che lo zucchero sia una sostanza assai dannosa in rapporto al consumo elevato, anzi all’abuso, che se   ne fa.

Molti dietologi lo considerano come una specie di veleno, sia pure ad azione lenta: con l’alimentazione attuale, essi dicono, la gente si intossica per eccesso   di calorie, e lo zucchero puro, di cui è tanto aumentato il consumo, non fornisce niente altro che calorie, a scapito di cibi che contengono principi nutritivi   veramente essenziali come proteine, vitamine e sali minerali.
Senza dubbio lo zucchero è un fattore primario delle carie dentarie e dell’obesità.

Le sue azioni nocive iniziano fin dalla primaria infanzia, con il latte artificiale e le pappe zuccherati in eccesso, così che il bambino è incoraggiato a   sviluppare al massimo il suo naturale gusto per il dolce.

Questo significa frequenza sempre maggiore di bambini colpiti dalla carie e abbastanza paffuti da essere considerati dei piccoli obesi. E anche quando non contribuisce alla distruzione dei denti né all’adiposità, l’esagerato consumo di zucchero può facilitare l’arterosclerosi, il diabete e disturbi gastrointestinali.

UN INUTILE SUPPLEMENTO DI ENERGIA

Un eccessiva quantità di zucchero può risultare dannosa a tutto il corpo: nessuna esigenza fisiologica, infatti, ordina all’organismo di introdurre quantità supplementari di zucchero (in aggiunta ai cibi o alle bevande) il cui fabbisogno viene normalmente ricavato dai carboidrati semplici o composti contenuti negli alimenti.

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Consigli per i celiaci

Carissimi, sicuri di farvi cosa gradita, indichiamo alcune risposte, a cura di esperti, ai possibili quesiti che comunemente ciascuno di noi che vive la celiachia è portato a fare all’atto in cui s è portati ad affrontare le problematiche quotidiane afferenti l’alimentazione senza glutine ovvero le risposte ai possibili quesiti di natura scientifica.

I Rimedi omeopatici sono sicuri per i celiaci?

Allo stato attuale i preparati omeopatici Italia non sono riconosciuti come “medicinali”, quindi non esiste una normativa di riferimento che ne disciplini i costituenti, compresa l’eventuale presenza di glutine.

Come devo comportarmi con le confezioni di legumi secchi?
Possono subire contaminazioni accidentali da glutine? È possibile che alcune confezioni di legumi secchi riportino sull’etichetta la dicitura ‘può contenere tracce di cereali contenenti glutine.

Durante la produzione ed il confezionamento di legumi secchi, infatti, è possibile, anche se raramente, la contaminazione con grani di cereali contenenti glutine, come ad esempio chicchi di frumento.

Questo fatto non deve destare reale preoccupazione nel celiaco in quanto è sufficiente verificare l’assenza di corpi estranei (quindi semi o grani differenti rispetto al legume che si intende utilizzare) sciacquandoli con attenzione.

Trattandosi di semi/grani interi, on è possibile una contaminazione diretta da glutine dei legumi (il glutine si trova nella parte più interna del chicco di cereale) e dato che la loro tossicità si esplicherebbe solamente nel momento in cui venissero ingeriti, vanno semplicemente eliminati.

Il lievito di birra è consentito?

Con il termine “lievito di birra”, ovvero lievito industriale compresso, si intende quello impiegato nella panificazione, venduto in panetti e costituito da colture selezionate di lieviti appartenenti alla specie Saccaromyces cerevisiae.

Il termine “birra” non deve farci temere, perché oggi il lievito non è più ottenuto utilizzando sottoprodotti della lavorazione della birra (come substrati colturali), ma è costituito unicamente dalla sopra indicata specie di lieviti. Inoltre, si ricorda che gli art. 37 e 38 legge 58 del 04 Luglio 1967 prevedono che: Il lievito impiegabile nella panificazione deve essere costituito da cellule in massima parte viventi; senza aggiunta di amido e fecole…

Ed ancora, la produzione di tali lieviti selezionati è soggetta ad autorizzazione ministeriale, così come gli stabilimenti destinati alla sua produzione, che pertanto sono sottoposti alla vigilanza da parte delle autorità sanitarie.
Dunque, niente pericolo di glutine per il lievito di birra” (fresco o secco).

Possono essere utilizzate: pellicola trasparente, vaschette in alluminio, sacchetti congelazione, carta forno e carta fritti?

La nota del Servizio Qualità Domopack: “Si può dichiarare con certezza che i nostri prodotti destinati al contatto con gli alimenti, nello specifico rotoli di alluminio, pellicola trasparente, vaschette in alluminio, sacchetti congelazione, carta forno e carta fritti sono esenti da glutine.

Possono quindi essere usati senza problemi anche da soggetti intolleranti al glutine.

Qualcuno mi sa dire se noi celiaci possiamo fare il vaccino antinfluenzale (quello normale classico).

Non vi è nessuna controindicazione ad effettuare la vaccinazione antinfluenzale nel celiaco.

Non vi sono neanche indicazioni aggiuntive oltre a quelle consuete.

Volevo sapere se i celiaci possono usare l’olio di germe di grano per uso esterno e comunque tutti quei prodotti che contengono glutine, bagnoschiuma, shampoo, creme ecc. in quanto entrando a contatto con la pelle possono essere dannosi.

Risposta del Prof. Riccardo Troncone Università Federico II NAPOLI.
I prodotti contenenti glutine ed intesi per uso esterno non rappresentano un rischio per i pazienti celiaci.

Mio figlio è celiaco; può giocare con il “Didò?

Le paste per modellare come il Didò e il Play-Doh sono composte da farina volontariamente arricchita in glutine per rendere il composto plastico più malleabile.

Non è tossico se non è ingerito. Purtroppo per un bambino celiaco però, l’ingestione involontaria di questo gioco può risultare tossica perché significherebbe ingerire glutine.

E’ un gioco non un alimento, ma sappiamo bene che i bambini portano faiclmente le mani alla bocca e sono attratti dalle cose colorate e soffici.

La ditta Fila invece rispetto alle altre, rassicura che i prodotti che di seguito elenchiamo non contengono glutine:

DAS – Giotto Pongo

Giotto PatPlume

Giotto Play Pat – Pastelli cera tempere sia in flacone che in tubetto

Temere dita

Pastelli legno

Inchiostro nei pennarelli

Esistono problemi anche sui medicinali per un celiaco? Mi spiego: ci sono alcune compresse o altro tipo di medicinale che possono contenere glutine (tipo farina usata come addensante o altro)? Eventualmente esiste un elenco di medicinali “utilizzabili”?

I limiti imposti attualmente dalla Farmacopea Europea (EXCIPIENTS IN THE LABEL AND PACKAGE LEA- FLET OF MEDICINAL PRODUCTS FOR HUMAN USE – LINEA GUIDA SU ECCIPIENTI E STAMPATI DEI MEDICINALI – LUGLIO 2003), il rispetto dei quali è verificato dall’Ufficio IV del Ministero della Salute, con-sentono di considerare idonei ai soggetti affetti da celiachia TUTTI i medicinali, anche quelli contenenti amido di frumento.

La quantità di glutine presente in alcuni farmaci come eccipiente non rappresenta un problema, dato che 1 gr di compressa, che rappresenta il peso di quella più pesante, può arrivare a contenere al massimo 0.156 mg di gliadina, quantità che è notevolmente inferiore a quella che potrebbe essere assunta con i prodotti dietoterapeutici nell’arco della giornata.

(La direttiva della Farmacopea, inoltre. prevede l’obbligo di indicare in confezione o nel foglietto illustrativo, la presenza di glutine).

Va precisato tuttavia che, in caso di somministrazione quotidiana dei farmaci per patologie correlate, accompagnata da particolare ed accertata ipersensibilità individuale, la linea di condotta debba essere valutata caso per caso dal medico curante. Per approfondire l’argomento si veda la seguente pagina: www.celiachia.itivarie/glutine-farmaciasp oppure: wwwceliachia.it/novita’aifaasp.

In ogni caso esiste anche un servizio offerte a tutti dalla Federfarma sul proprio sito internet con il quale è possibile conoscere la presenza o meno di glutine in un farmaco, il link si può trovare su www.celiachia.it nella sezione “Alimentazione” e poi, nel menù, “Farmaci senza glutine”.

Desidero conoscere se, ai fine di ottenere l’esenzione medi-ca per l’ottenimento dei prodotti senza glutine, sia estremamente necessario che sia effettuata una biopsia della mucosa.

Risponde il Prof. Carlo Catassi consulente scientifico A.I.C.

Gentile signore, per quanto mi risulta, quello che le serve per l’esenzione dal pagamento dei prodotti senza glutine è l’attestazione di un Centro ospedaliero della diagnosi di celiachia, più la prova della eseguita biopsia.

Tuttavia la materia è controversa per cui vi potrebbe essere difformità di comportamento tra una ASL e l’altra o tra una regione e l’altra.

Certo è che la biopsia rappresenta una tappa fondamentale nell’accertamento diagnostico di una condizione che, laddove presente; richiede un trattamento dietetico per tutta la vita.

Altrettanto sicuro che il momento migliore per esegui-re la biopsia è prima di avviare il trattamento con dieta priva di glutine, cioè nella situazione in cui sua figlia mi pare si trovi attualmente.

Personalmente pertanto sarei dell’avviso di seguire il suggerimento di coloro che le hanno detto di fare l’esame bioptico (se fatto con capsula, l’anestesia potrebbe non essere necessaria).

Avrei bisogno di sapere qualcosa sugli esami genetici per la celiachia. Mia madre li ha fatti e il valore “2” è risultato fortemente fuori norma, avendo mia figlia celiaca vuol dire che anche lei potrebbe diventarlo e in che percentuale?

Una malattia che si eredita: la celiachia è riconosciuta come una malattia ereditaria, legata al complesso maggiore di istocompatibilità o HLA, in particolare alla combinazione allelica HLA-DQ2. Tuttavia, malgrado il forte legame tra HLA e malattia, nei consaguinei compatibili con HLA idientici c’è concordanza per la malattia solo nel 25-50% dei casi, mentre nei gemelli omozigoti la concordanza è di poco inferiore al 100%.

Vale a dire se un gemello soffre del disturbo è quasi impossibile che non ne soffra anche l’altro.
Se si aggiunge che in Europa settentrionale il 25% della popolazione sana presenta comunque HLA-DQ2 è probabile che, oltre a quelle legate al complesso maggiore di istocompatibilità, concorrano anche altre caratteristiche genetiche.

Tra i parenti di primo grado di persone affette da celiachia la possibilità di avere la malattia è compresa tra il 10 e il 20%.

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I fagioli sono ottimi legumi

FAGIOLO

È uno degli ortaggi più diffusi, coltivato in tutto il mondo a scopo alimentare.

Oggi si ritiene che questa leguminosa sia originaria dell’America meridionale e che sia stata portata in Europa solo nel xvi secolo: quindi i fagioli noti ai popoli più antichi (Egizi, Greci, Romani, ecc.) sarebbero stati prodotti da altre piante simili, ancora oggi coltivate.
Il fagiolo è una pianta nana o rampicante, le cui foglie sono formate da 3 foglioline appuntite. I fiori, bianchi, gialli, rossi o violacei, sono riuniti in grappoli.

Il frutto — detto legume — è un lungo baccello liscio, diritto o un po’ ricurvo, appiattito o quasi cilindrico, verde o giallo o screziato.

Contiene numerosi semi, i fagioli, di forma e dimensioni molto variabili, di un solo colore (bianco, gialliccio, rossastro, bruno ecc.), oppure variamente screziati i macchiati.

Le varietà coltivate sono numerosissime; si distinguono fagioli da sgranare (borinellini, bianchi di Spagna, bianchi pisani, Saluggia, ecc.) e fagioli mangiatutto o fagiolini e cornetti (metis, bobis, butirri, Saint Fiancre, ecc), dei quali si mangia tutto il baccello quando è ancora verde, tenero e senza fili.

Come si coltiva

Il fagiolo non sopporta freddo, il vento e la siccità prolungata: lo si coltiva sia negli orti sia nei campi, soprattutto in pianura, su terreni fertili e sciolti, ben concimati e irrigati. Viene seminato in primavera (nelle regioni meridionali anche in gennaio febbraio); per i fagiolini mangiatutto, che si raccolgono dopo circa 2 mesi, la semina si fa in più riprese, durante tutta l’estate.

I semi si mettono in solchi o in buchette; durante la coltivazione bisogna eliminare le erbe nocive e rompere la crosta del terreno, rincalzare le piante e irrigarle.

Per le varietà rampicanti occorre piantare paletti o canne, cui la pianta si aggrappa.

Le varietà da sgranare si raccolgono quando i baccelli sono ancora verdi, se i semi servono per il consumo fresco; se invece i fagioli sono destinati alla conservazione, la raccolta si effettua quando i baccelli sono ben secchi (prima che si aprano).

Alla stessa famiglia, ma a generi diversi appartengono il fagiolo dell’occhio, così chiamato perché i semi hanno una macchia bordata di nero, il fagiolo asparago, dai lunghissimi baccelli, e vari fagioli ornamentali, a fiori più grandi e spesso profumati.

Il fagiolo (Phaseolus vulgaris) appartiene al famiglia delle papilionacee.

Come si usano i fagioli

I baccelli di fagiolo si trovano in commercio anche sotto forma di compresse. Contengono sostanze nutritive come amminoacidi e vitamine. Con i baccelli freschi di fagioli si prepara invece un infuso: 2 g ogni 100 ml d’acqua, da bere nella dose di 2 tazzine al giorno.

Si legge sul portale cure-naturali.it che i baccelli di fagiolo, in compresse o in infuso, sono efficaci:

Per curare l’ipertensione;
Per abbassare il livello di colesterolo;
Per abbassare il livello della glicemia;
Nella cura del sovrappeso e dell’obesità, poiché riducono il senso di fame e anche l’assorbimento dei principi nutritivi.
Occorre fare molta attenzione nella preparazione dei fagioli prima della cottura. È consigliabile, infatti, tenerli in ammollo almeno 6-8 ore in acqua fredda, per poi cuocerli in un’acqua diversa.

Questa semplice operazione consente il rilascio in acqua di alcune sostanze anti nutrizionali normalmente contenute in tutti i tipi di fagioli, dette glucosidi cianogenetici (che liberano cioè acido cianidrico), responsabili di quel lieve fastidio intestinale che può presentarsi in qualunque soggetto anche sano in seguito all’assunzione.