capperi

Storia del cappero

L’utilizzo dei capperi (boccioli e frutti) si perde nella notte dei tempi, se si considerano alcuni ritrovamenti in siti archeologici risalenti al Paleolitico. Altri ritrovamenti archeologici documentano l’utilizzo di frutti di cappero nel 6000 a.C. in alcuni territori a sud-ovest degli attuali Iran ed Iraq.

Anche nel Bacino Mediterraneo la diffusione del cappero sembra molto antica: già nella Bibbia e nei testi di Ippocrate, Aristotele e Plinio il Vecchio si trovano riferimenti al suo uso, in campo alimentare e medicinale. Del cappero parlano Dioscoride e Galeno, i quali indicavano la pianta come energico diuretico, ottima contro il mal di denti e persino contro le “durezze” della milza e i “vermini” dell’orecchio.

Come utilizzavano i Greci il cappero?

I Greci utilizzavano i frutti di cappero per il trattamento delle convulsioni, mentre boccioli fiorali e radice erano apprezzati sia dai Greci, sia dal popolo latino per le virtù gastronomiche e medicinali.

Delle virtù medicinali dei capperi si parla nel “Trattato della natura dé cibi, et del bere del signor Baldassare Pisanelli medico bolognese” (Pisanelli, 1596). A tal proposito l’autore scrive: «I Cappari conservati nel sale sono più per medicina, che per cibo, per-ché acquistano tanta mordacità, che infiàmano il sangue, e le viscere, e con tutto che stiano nell’acqua, però poco perdono. Senza comparazione sono migliori quei che si conservano nell’Aceto, e particolarmente i Genoesi tengono il principato, danno poco nutrimento, ma risolveno, apreno, e purgano. Dalla milza evacuano gli humori grossi, amazzano i vermi che si generano negli intestini, fanno ritornare l’appetito perduto perché radeno, e cacciano fuori la flemma, mangiandosi avanti a gli altri cibi, Togliono via tutte le opilazioni, e giovano alla sciatica, e a tutti i dolori delle giunture. Molti per fargli più grati al gusto, ci pongono seco l’Aceto melato».

Quasi due secoli dopo, Vincenzo Giuliani nell’opera “Memorie storiche politiche, ecclesiastiche della città di Vieste” (Giuliani, 1768) descrive il cappero, menzionando alcune delle virtù riportate in precedenza da Pisanelli. L’autore evidenzia anche l’importanza dei capperi nella Puglia settentrionale del ‘700: «I capperi parimenti nascono nel nostro territorio ed in altri luoghi del Monte Gargano.

pianta

Ne abbondano le Terre di Monte, di San Giovanni, e di San Marco… i Cappari, dè quali nella Città di Foggia se ne fa tanto acquisto, empindonsene botti per trasportarli, e venderli altrove… pria che si macirino nell’aceto s’affaggiano di un gusto acerbo, amaro, e di-spiacevole; ed affinché non si aprivo, sparse all’ombra, si lasciano per tre, o quattro ore inflaccidire. Condite poi vagliono a rosvegliare l’appetito, ed in luogo di salse si portano nelle tavole…

Se queste gemme si lasciano su la pianta, si aprono in un fiore rosaceo… caduto il fiore, si converte in un frutto piramidale, che nella sua polpa nasconde molti piccoli bianchi semi, a guisa di piccoli reni… Assai aperitiva è la scorza della radice dè Capperi, e molto viene lodata per la sua virtù astergente, ed incisiva a togliere le ostruzioni della milza, e del fegato».

Spesso le piante di cappero sono presenti nei posti più impensabili come rupi rocciose, anfratti di vecchie mure in tufo. Sovente quando si va in vacanza le piante di cappero vengono scoperte casualmente nelle Isole italiane come le Tremiti e altre.

Come è possibile che queste piante crescono nei più incredibili anfratti rocciosi?

Una spiegazione è legata al fatto che gechi e lucertole, che frequentano quegli ambienti, sono ghiotti degli essudati zuccherini dei frutti del cappero. Mangiando i frutti di capperi ingeriscono anche i semi, i quali passano indenni attraverso l’apparato digerente e vengono espulsi nei posti più impensabili. Da qui nasce una pianta di capperi.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: